Non era mai successo, nella storia delle Olimpiadi,
che la Fiaccola con il sacro fuoco di Olimpia, venisse cosi
strumentalizzata politicamente, come per le prossime gare in Cina. Neppure al tempo di Hitler si era venuti meno al
principio basilare, secondo cui ogni contrasto tra le nazioni veniva sospeso
in occasione dei giochi. La fiaccola, nei tempi dell’antica Grecia, passava
gloriosa tra Sparta e Atene e la loro atavica inimicizia scompariva per il
tempo necessario allo svolgimento delle pacifiche discipline olimpiche.
Ma questa volta il saccente mondo occidentale
sembra aver dimenticato il messaggio che, attraverso l’incontro sportivo dei
giochi olimpici, intendeva portare nel mondo.
All’insorgere delle prime proteste tibetane, tutte le
potenze europee e americane si sono schierate da un solo lato, senza sapere
niente della storia di questi dissidi interni alla nazione cinese.
Se chiediamo ad un qualsiasi commentatore televisivo
o ad un giornalista occidentali, se conosce il motivo per cui il Tibet fa parte
del territorio cinese, credo che la maggior parte di loro non saprebbe rispondere,
non saprebbe neppure argomentare sulla storia del Tibet e soprattutto ignorerebbe
le ragioni per cui la Cina sia dovuta intervenire.
Ma, siccome in occidente e politicamente corretto
essere dalla parte di coloro che si ribellano al comunismo, regime politico
che da noi e ormai decaduto, si e persa di vista la realta dei fatti e si e
mossa l’opinione pubblica in favore di una popolazione, che, seppure meritevole
di maggiore autonomia per ragioni storiche, etniche, religiose e di opportunita,
non concede al suo "interlocutore Cina" alcun riconoscimento del tentativo
di migliorare la situazione interna del suo territorio.
Non e facile integrare due popolazioni profondamente
diverse: da un lato i Tibetani, da sempre pastori, una volta praticanti della
religione Bon e poi del Buddismo lamaista, chiusi in se stessi e agguerriti,
dall’altro i Cinesi, depositari di una civilta millenaria, confuciani nel senso
del dovere, moderni nello slancio verso il futuro. Soprattutto e molto difficile
avere un diretto confronto con un Dalai Lama che, dal suo esilio, raccoglie
consensi incondizionati.
Non e, secondo me, un caso che egli, poco prima
della partenza della fiaccola, abbia compiuto un viaggio negli Stati Uniti,
poi in Italia, poi in Francia e altrove. Solo il Vaticano non ha ritenuto opportuno
riceverlo, perche nella sua mondiale esperienza diplomatica, aveva forse intuito
una strumentalizzazione della visita al Papa.
Proprio alla vigilia della partenza della fiaccola
da Atene, il Tibet insorge, con evidente tempismo. La Cina
non poteva non intervenire, dato che e scritto nella sua Costituzione che ogni
nazionalismo Han deve essere combattuto, cosi come pure i nazionalismi locali,
per il rispetto della sua integrita territoriale.
Forse e stato sbagliato il metodo di intervento,
certo e che alcune emittenti televisive occidentali, strumentalizzando i fatti,
hanno esagerato con le immagini di repressione, arrivando talvolta a falsare
la visione trasmessa. Forse alla Cina poteva bastare un controllo da lontano
dei rivoltosi, senza un intervento diretto sulla folla, ma e difficile decidere
come agire in caso di guerriglia urbana.
Anche in Italia abbiamo problemi simili con
i ribelli antiglobalizzazione: la polizia interviene con attenzione, eppure
c’e stato un ribelle morto e tutta l’informazione pubblica si e mossa a suo
favore, contro la polizia di Stato.
Abbiamo anche dimenticato che la prima guerra
mondiale e scoppiata per questioni di confine tra Austria e Italia, con due
milioni di morti in Europa per restituire agli italiani due citta : Trento
e Trieste.
Ora ci meravigliamo se la Cina difende il suo
territorio, se cerca di sedare una rivolta, se difende una sua regione, seppure
autonoma. Ignoriamo che il Tibet non e identificabile con il Buddismo, che
si e diffuso tra i Tibetani solo nel periodo Ming, ignoriamo che il Tibet non
e stato mai indipendente , eccetto nel periodo repubblicano nazionalista e
che, in passato, ha sempre gravitato nell’ambito del continente cinese, tanto
che l’Imperatore Shunzhi dei Qing fu omaggiato dal Dalai Lama per aver concesso
anche al Tibet il beneficio di appartenere all’amministrazione imperiale, piu
civile e avanzata della loro.
In un mondo globalizzato, l’enorme sviluppo
economico della Cina fa paura, molti lo temono e pensano di ostacolarlo schierandosi
dalla parte di coloro che le creano problemi interni. La loro vista corta non
consente di vedere che si rallenta la crescita morale della Cina: costretta
a difendersi, al suo interno dalle rivolte tibetane, all’esterno dall’opinione
mondiale, non inizia a legiferare sui diritti umani, sebbene siano stati inseriti
nella Costituzione, gia dall’ultima Assemblea del Popolo di alcuni mesi fa.
La questione Tai Wan sembra, a questo punto,
piu facile di quella tibetana. E’ chiaro che si tratta, in questo caso, di
due Stati di pari cultura e storia, di uguale slancio di crescita e soprattutto,
di uguale desiderio di coesistenza pacifica. Lo dimostra l’incontro di alcuni
giorni fa in Hai Nan tra il Presidente Hu Jindao e quello di Tai Wan Vincet
Seaw. Ci aspettiamo molto dalla loro stretta di mano, sia in termini diplomatici
che di sicurezza mondiale.
Quello che ora conta, pero, e la pacificazione
nazionale tra Cinesi e Tibetani, questione difficile, ma non impossibile, sicuramente
risolvibile concedendo una totale liberta di culto ed una maggiore autonomia
locale, come il nostro Trentino, dove si trovano Italiani di lingua e cultura
tedesca. Dopo secoli di rivolte, ora vivono pacificamente, in una grande autonomia
regionale che , pur mantenendoli politicamente legati all’Italia, ne valorizza
le diversita.
Il nostro amato Matteo Ricci,
Li Madu, alla corte dell’Imperatore Wan Li , per aprirgli la mente alle diversita
dei popoli e, nello stesso tempo, rivolto al Papa per lo stesso motivo, aveva
detto: «Osserva tutto e prendi cio che e buono».
Prima di lui, nel primo secolo dopo Cristo, questa frase era stata detta da
San Paolo di Siria , nel rispetto delle popolazioni non cristiane.
Se Cinesi e Tibetani si guardassero l’un l’altro
e prendessero cio che di buono ciascuno puo offrire, forse il problema sarebbe
risolto.